PENSA A CIO’ CHE VUOI

12042009032E’ buffo, ma ad una semplice domanda come: “cosa vuoi nella tua vita?” le risposte sono molteplici: “non vorrei più lavorare in quell’ufficio, non vorrei più arrabbiarmi, non vorrei più fare sempre le stesse cose, non vorrei più litigare con….”. Perché è buffo? Perché nessuno si accorge che ti sta dicendo esattamente il contrario, ciò che non vorrebbe. Quando glielo fai notare l’espressione stupita lascia spazio ad un attimo di vuoto, nel quale ti rendi conto, che sta cercando la risposta corretta, ma l’ha persa e forse da tanto tempo, nell’abitudine a focalizzare i pensieri sulle cose negative.

Spostare la propria attenzione da ciò che non si vuole a ciò che si vuole è importante, perché innanzitutto smettiamo di guardare solo alle cose negative e poi perché siamo in grado di trovare soluzioni per spingere la nostra vita nella direzione che vorremmo, alimentando fiducia e speranza e aprendoci alle intuizioni.

 

 

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autostimaLa mancanza di autostima di quest’epoca è legata anche al fatto che spesso nessuno si domanda “chi sono io veramente?” e in fondo chi ci ha mai domandato “chi siamo noi veramente”. Ognuno ha cercato di avere da noi l’immagine di noi stessi che era più consona alla situazione e noi gliel’ abbiamo data.

L’autostima deriva principalmente dalle relazioni che ogni persona interiorizza e rielabora, sia le relazioni che vanno verso noi stessi che quelle che noi intraprendiamo con altre persone. Da questo deriva il fatto che le persone influenzano in continuazione il loro senso di autostima e sono influenzate da esso.

L’autostima è il rapporto tra sé percepitosé ideale; il primo è la considerazione che un individuo elabora su di sé in base alle caratteristiche che dal suo punto di vista sono presenti o assenti all’interno della sua vita, il sé ideale è invece l’idea di come vorrebbe essere e del modello di vita che sta prendendo in considerazione. La persona percepisce bassa autostima nel momento in cui il suo sé percepito non riesce a raggiungere il livello del suo sé ideale e quanto più grande è la discrepanza tra i due, tanto più nasce in un soggetto insoddisfazione (nel caso in cui il sé percepito sia di gran lunga minore) e alto senso di potere e successo (quando il sé percepito supera di molto il sé ideale). Si può arrivare a dire che il senso di autostima deriva dal rapporto tra l’immagine di successo e le aspettative, infatti senza dubbio la maggior parte dei fattori che va a condizionare la creazione del personale livello di autostima discende dai risultati/esiti delle prove che siamo chiamati ad affrontare quotidianamente. Ma soprattutto questi piccoli insuccessi, che resterebbero tali, attivano dei conflitti legati a situazioni analoghe che nella nostra memoria sono ingigantite perché legate a mappe concettuali limitative.

Una scarsa autostima può rappresentare un enorme ostacolo nel percorso verso i nostri sogni ed obiettivi. Quando smettiamo di credere in noi stessi, nelle nostre potenzialità e nelle nostre capacità, il mondo esterno e chi ci circonda inizia a prendere decisioni che spetterebbero soltanto a noi.

Chi sperimenta bassa autostima non sentendosi sufficientemente sicuro del proprio valore e delle proprie qualità, evita di scegliere e agire per un eccessivo timore di sbagliare, sperimenta maggior incertezza e difficoltà a staccarsi dalla situazione problematica per cercare una soluzione e quando vive un insuccesso soffre maggiormente, associando l’accaduto esclusivamente ad una sua mancanza. Se sperimenta un successo, invece, tende a svalutarlo, sminuirlo.

Fatti guidare per comprendere come può essere facile credere in te stesso!!! Meriti la felicità e il rispetto!!

Guarda il video sul dialogo interno : https://www.youtube.com/watch?v=j3tI-Brn3pM

 

 

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Vi siete mai sentiti limitati in qualcosa?

–          Quante volte vi sentiti limitati o incapaci nel fare qualcosa? Credo che sia accaduto a tutti. Quante volte pensiamo “questa cosa non fa proprio per me” .

Questo accade perché abbiamo l’idea di essere limitati o negati per qualcosa.

Sono negato per il PC, per la guida, come genitore, nel cucinare etc.

Abbiamo avuto una difficoltà, abbiamo provato un paio di volte e siccome non siamo riusciti subito siamo caduti nello schema “questa cosa non fa proprio per me” “non riuscirò mai” “ogni volta che ci provo non riesco”

“Non fa per me, non riuscirò mai, ogni volta che…..” sono le frasi alle quali il nostro cervello crede, siamo noi che gli stiamo permettendo di crearsi l’immagine che avrà di noi e di conseguenza quello che noi sentiremo di essere o non essere.

Pensate a qualcosa in cui vi sentite di essere negati:

–          Avete iniziato a dirvi “non riesco mai?”, “sbaglio sempre” Se l’avete fatto avete permesso che questa idea che state creando di voi sia diventata PERMANENTE per il vostro cervello. State facendo in modo che non essere portato in modo particolare per una qualsiasi attività, stia diventando un modo di essere. Cosa accade quando per esempio dovrò usare il PC, guidare, cucinare? Al posto di essere concentrato in quello che sto facendo il mio cervello avrà il ragionevole dubbio di non riuscire, attiverà pertanto delle paure inconsce che bloccheranno i centri di azione. Ricordateci che il dubbio blocca i centri di azione. Così diventiamo incapaci per via dei nostri stessi condizionamenti. Se non sono portato per esempio la tecnologia non dovrò diventare un programmatore informatico, ma ciò non vuol dire che non potrò usare un PC serenamente per il resto della mia vita. Abbiamo sempre il potenziale per diventare sufficientemente bravi in qualcosa anche se non fa parte dei nostri talenti, anche se non è ciò che ci viene più facile.

Altre volte invece al posto di rendere permanente una difficoltà la rendiamo addirittura PERVASIVA.

–          I giovani per esempio lo fanno spesso con la scuola: “Non vado bene in matematica, diventa “faccio schifo a scuola”. C’è un’alterazione della realtà. E’ molto diverso non andare bene in una o due materie dall’essere negato per la scuola. Se permetto ad un problema di diventare pervasivo probabilmente abbandonerò gli studi. Ma quello della scuola è solo un esempio. In realtà lo facciamo su moltissime situazioni. Litigo con un’amica e penso che l’amicizia non esiste.

Se ho un problema in famiglia, con gli amici, nello sport o al lavoro penso che “la vita fa schifo” Sto alterando la realtà, ma sto anche insegnano al mio cervello a crederci. Così di fronte alla prima difficoltà che incontrerò nella vita mi partirà quest’informazione: “l’amicizia non esiste, la vita fa schifo..”

Un altro terribile modo di assimilare una difficoltà è quella di renderla PERSONALE.

–          Se non sono bravo in qualcosa “non sono portato” ma soprattutto se la faccio male una volta diventa  “sbaglio sempre” se litigo con un’amica “non sono capace a creare un rapporto” oppure le frasi terribili che io sento spesso “sarò sbagliato io” o peggio ancora “sono proprio deficiente” “non capisco proprio un tubo” Si chiama INCAPACITA’ APPRESA……io sto insegnando al mio cervello che sono incapace, ma la cosa terribile è che lui l’apprende benissimo!

Da questa spiegazione cosa abbiamo imparato? Che dobbiamo fare molta attenzione a come parliamo di noi stessi. Le parole che noi diciamo di noi stessi hanno un impatto diretto sulla persona che noi siamo ma soprattutto sulla persona che diventeremo e sui risultati che saremo in grado di ottenere. Ognuno di noi ha una sorta di dialogo interno, che comunica con noi stessi. Quella voce non sta mai zitta. Ventiquattr’ore su ventiquattro ci martella ed è impossibile da zittire. Questa è la voce che da voce ai nostri pensieri. Su cosa ha l’impatto maggiore? Sul significato che diamo agli eventi. Ricordatevi che non esiste una realtà oggettiva. Non esiste una sola interpretazione della realtà. Ognuno la filtra attraverso i propri schemi mentali.

Accade qualcosa e noi subito siamo pronti a dire: “ a vedi quando accade questo è così e così e se è successo questo allora accadrà quest’altro.” Perché attraverso la nostra comunicazione interna noi diamo un significato al mondo che ci circonda. Diamo un significato a noi stessi, il nostro linguaggio interno per esempio è la componente principale per la creazione delle nostre convinzioni. Accade qualcosa e sono subito pronto a pensare “sbaglio sempre”.

Perciò le parole che noi diciamo hanno un impatto diretto su quello che noi crediamo di noi stessi e del mondo che ci circonda perciò hanno un IMPATTO DIRETTO SULLA NOSTRA VITA.

Per questo è così importante diventare consapevoli del linguaggio che utilizziamo per descriverci e per descrivere le nostre esperienze, delle cose che diciamo di noi stessi, soprattutto di quelle che tendiamo a ripetere più spesso. Dobbiamo imparare ad ascoltarci. Perché le parole che ripetiamo più spesso diventano dei veri e propri incantesimi. E’ una forma di autoipnosi.

La persona che si ripete sempre “ma perché non porto mai a termine le cose”, “ma perché non porto mai a termine le cose”, “ma perché non porto mai a termine le cose” creerà una sua identità per cui alla fine non porterà mai a termine le cose.

Nel momento in cui inizia a crederci quando si approccerà ad una cosa nuova saprà già a priori di non portarla a termine.

Gli incantesimi negativi che ci creiamo sono infiniti.

Domande come “ma perché sbaglio sempre”, “perché non riesco mai a dire la cosa giusta” “perché ho sempre paura di esprimere le mie idee” o affermazioni negative “sono sempre lo stesso stupido” “sono proprio deficiente” creano la persona che noi saremo e ovviamente non ci aiuteranno a crearci una buona autostima.

Impariamo a limitare queste frasi e sostituiamole con qualche apprezzamento positivo nei nostri confronti.  Se imparassimo a focalizzare la nostra attenzione sulle qualità che abbiamo, sulle nostre capacità, sulle cose che siamo in grado di fare  e ricordassimo a noi stessi il nostro valore al posto di cadere vittima di questi incantesimi negativi saremmo più sereni e più forti di fronte alle difficoltà perché al posto di dirci “ma perché non riesco mai” ci diremmo “dai che sono una persona che ha tutte le potenzialità per farcela, ho tutte le risorse necessarie dentro di me per risolvere questa situazione. Ho già superato situazioni di questo tipo. Ho la forza necessaria per farlo. Ho la sicurezza in me per poter fare questa cosa. Ho l’intelligenza, le caratteristiche fisiche, mentali e emozionali per farcela”.

Se ognuno di voi impara a comunicare in modo positivo con se stesso avrà una stima maggiore di se e genererà meno situazioni problematiche.

Soprattutto avrete una visione di voi molto più obiettiva, perché sicuramente a volte sarete state incapaci, ma siete tutti molto capaci, solo che alle vostre attitudini ponete meno attenzione che ai vostri difetti. Se riuscirete ad essere più obiettivi vi renderete conto che dentro ognuno di noi ci sono delle risorse e un potenziale straordinario.

SIETE VOI A DECIDERE QUANTO VALETE, PERCIO’ INIZIATE A RISPETTARVI, A FARVI RISPETTARE MA SOPRATTUTTO IMPARATE A SCEGLIERE.

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Il libro del cambio di prospettiva che ha aiutato molte persone a riprendere le redini della propria vita. Primo in classifica Amazon dei libri di settore da quasi due anni.

Leggi alcune parti:

Introduzione

    Veniamo vissuti dalla vita, per giorni, mesi, anni.   Un giorno dopo l’altro. Un’ora dopo l’altra. Un dovere dopo l’altro.  Inconsapevoli marionette legate ai fili  di un  burattinaio chiamato  dovere sociale, morale religiosa, legame familiare, educazione.

   Marciamo insieme a migliaia di altri soldati semplici, un passo dopo l’altro, agli ordini di un generale senza  pietà, senza mai alzare il capo per accorgerci che stiamo solo girando in tondo. Giorno dopo giorno dimentichiamo i nostri sogni, cancellati talmente bene da non lasciare spazio neanche al rimpianto.

   Ridiamo senza ridere, maschere carnevalesche  dell’apparenza.

   Vestiamo di un velo di tristezza ogni nostra giornata, con orgoglio, come se fosse l’unico indumento che meritiamo di indossare.

   Attendiamo trepidanti la sera per girare un’altra pagina di questo libro chiamato vita, senza renderci conto che le pagine ancora da girare si assottigliavano velocemente.

   Siamo sordi verso i richiami del nostro corpo, i sintomi che potrebbero risvegliarci da questo stato di vita ipnotico, fino a quando questi non diventano tali da rischiare di bloccarci.

   Solo allora, lentamente, incominciamo a vederci.  Dapprima vediamo solo qualche ombra, brancolando ancora in un buio mitigato dal desiderio di capire. Poi troviamo il coraggio di allungare la mano nella speranza di incontrare un percorso al quale stringere forte le cinque dita, cercando di farci guidare verso la luce.

   Potremmo camminare a lungo, sbagliando spesso direzione.    Raminghi, doloranti, a volte sconfortati non  dobbiamo mai mollare la presa.

   Potremmo sposare teorie semplicistiche per poi rinnegarle. Potremmo credere in false scorciatoie per ritrovarci nuovamente nel buio, mentre pagine e pagine del libro della vita continuerebbero inesorabilmente a girarsi.    Testardi e determinati, però, dobbiamo continuare il nostro cammino fino a raggiungere una vetta dalla quale  potremo voltarci.

Improvvisamente ci apparirà il cammino percorso , chiaro e delineato, riconosceremo errori, conflitti, limiti.

Solo davanti alla luce si può comprendere il buio.

   Con la consapevolezza acquisita nel cammino, diventerà tutto chiaro. Non si è arrivati e non si raggiungerà mai un traguardo.

   La strada è lunga, ma con gli occhi aperti e la testa alta può essere splendida.

   Io mi sono voltata indietro ed ho tracciato una mappa delle tappe che hanno determinato la riuscita del mio viaggio e voglio condividerlo con chi sta ancora cercando la luce.

   Per i burattini senza fili, per i soldati semplici che girano in tondo, per chi mette un giorno dietro l’altro nell’attesa che arrivi la notte, per chi sta cercando di aprire gli occhi, ma vede ancora le ombre: una semplice serie d’informazioni che possono guidare, senza mai dimenticarsi, però, che ognuno dovrà trovare il suo cammino.

 “Morire è tremendo. Ma l’idea di non aver mai vissuto è insopportabile.” Erich Fromm

L’origine delle emozioni

    Baku si alza al sorgere del sole. Nella grotta è ancora buio. La sua donna, Naamah, si volta assonnata e lo abbraccia. Gli occhi rivolti sulla fuliggine dei tronchi consumati da una fredda notte invernale lasciano trapelare preoccupazione. Il suo uomo deve andare a caccia: ogni volta non si sa se ci sarà un ritorno.  Poi Naamah alza lo sguardo e incontra quello di Baku:  il suo volto si apre  ad un sorriso, illuminando le ombre di quella tensione che avvolge la grotta. Nel totale silenzio dell’alba è come se avessero fatto un discorso intero.  Baku e Naamah non conoscono molte parole, ma riconoscono perfettamente il linguaggio delle emozioni e dei simboli.  Nessuna interpretazione personale spinta a forza in schemi predeterminati, costretta da conflitti sconosciuti, condannata da sentenze prederteminate, tutto è tremendamente semplice, chiaro e lineare.

Lui raccoglie le sue armi rudimentali e un pezzo di carne essiccata per il pranzo.

Si volta verso i bambini addormentati e poi esce per unirsi agli altri uomini del villaggio pronti per la caccia.   Si sente stanco, anche se è mattina, ma lo aspetta una battuta di caccia molto pericolosa ed è importante che lui torni con la selvaggina.

Il suo ritorno è fondamentale per la sicurezza della sua famiglia.

Lui questo stato d’animo lo chiama paura.

Alberto si alza sempre molto presto per andare a lavorare.  Elisa, sua moglie, si gira nel letto e apre gli occhi. Lo sguardo fisso verso la parete in cotto veneziano è freddo come l’inverno che lo attende fuori.  I capelli arruffati, la carnagione chiara e l’espressione malinconica la rendono simile a un personaggio triste di questa commedia dell’arte chiamata vita.

   Lui si avvicina per darle un bacio prima di uscire, lei incontra il suo sguardo e gli sorride. 

“Questa sera se riesci ad arrivare prima, potresti venire a fare la spesa con me, per favore?” La voce è impastata dal sonno e il tono è mite, ma la stanza si riempie di un senso di accusa, come se qualche colpa che alleggiava nell’aria avesse  finalmente trovato il suo proprietario.

Alberto conosce molte parole, ma ha dimenticato il linguaggio simbolico ed emozionale. Sordo ai fantasmi celati da quella semplice frase, subisce gli effetti di un eco subdolo e velato che gli rimbomba inconsciamente nella mente alimentato da recriminazioni che neppure Elisa sa di trasmettere.  Esce dalla stanza con un tassello in più nel puzzle dei suoi sensi di colpa e furioso nei confronti di sua moglie senza capirne razionalmente il motivo.   

   Passa nella camera dei bambini e si china a dargli un bacio prima di andare via.

E’ solo lunedì, è mattina, ma si sente già stanco.

Lui questo stato d’animo lo chiama stress.

 Alberto non sa che biologicamente è uguale a Baku.

  Naamah si alza e inizia la sua giornata. Si lava in modo spartano e cerca di sistemare i capelli anche se sono così intricati che il pettine d’osso non arriva fino in fondo.  Il più piccolo dei bambini si sveglia e lei lo attacca ad un seno basso e a forma di pera, modificato dai vari periodi di allattamento, dalle corse per fuggire ai predatori, dai lavori e dalle lunghe marce.  Naamah non se ne cura, libera dalla schiavitù dei falsi modelli ideati dalla televisione, dai giornali e dalla pubblicità.

Nel mondo di Naamah gli alberi pur essendo simili hanno forme diverse, i leoni pur sembrano uguali si differenziano tra loro, ogni essere vivente è uguale ai suoi simili, ma ha una sua particolare unicità nella quale si racchiude la sua splendida essenza.

Lei è lei, unica e uguale alle altre donne del suo villaggio.

I suoi occhi grandi e scuri cercano delicatamente i suoi figli rivolgendogli uno sguardo fiducioso. Un moto d’affetto nel cuore e a seguire una stretta dettata dall’insindacabile consapevolezza che molto presto  prenderanno la loro strada, ospiti temporanei della sua vita.

Ogni giorno nutre maggiormente la speranza che tutti abbiano la fortuna di vivere, di diventare adulti, pur sapendo che molti bambini terminano il loro viaggio sulla terra nei primi anni di vita.

E’ doloroso, ma è la legge della natura. Chi non sopravvive è troppo debole perché affronti questo mondo.

Si avvicina al fuoco con passo calmo e armonioso.

La sua figura esile ma muscolosa emana equilibrio, un equilibrio alimentato da un inconscio collettivo insinuatosi istintivamente nella sua mente, urlo invadente di una biologia che determina l’ordine dei fattori di questa moltiplicazione denominata vita.

Nella sua  “ignoranza” lei ha un sapere profondo.

Quando Baku è a caccia, la giornata di Naamah sembra più faticosa, si sente più stanca.

Lei questo stato d’animo lo chiama paura.

Elisa si alza. Ha notato in Alberto l’espressione scocciata. Lei non immagina l’emozione e il simbolismo nascosti nella sua frase. Infila le ciabatte con stizza, va in bagno e inizia a spazzolarsi i capelli fino a raschiare la schiena, inutile tentativo di pulire i pensieri di solitudine e mancanza di appoggio che le frullano per la testa.

   Sveglia i bambini e gli prepara la colazione.

“Se non ci fossero loro” sospira guardandoli aprire gli occhi ancora carichi di sonno “sono la mia unica ragione di vita”.

   La rabbia scende per lasciare il posto all’amore incondizionato di madre, il sentimento che funge da legante nella sua famiglia. Elisa fa perno su questo sentimento per incominciare la sua giornata, ci si appoggia come un naufrago a una zattera.

   Infilandosi il vestito posa uno sguardo furtivo e schivo allo specchio. L’immagine  riflessa è un boomerang che ogni giorno non riesce a fermare prima che la colpisca di ritorno ferendola.

Mentre tutti si preparano, accende la televisione. Cambia canale, sceglie un telegiornale:  “i morti sulla strada” inseguono tra le mura della stanza “l’ennesima ragazzina sparita e trovata morta” mentre le notizie dell’economia e della crisi sono già al traguardo.

   Elisa prepara gli zaini dei bambini e un panino per il pranzo da portarsi al lavoro.

   La televisione trasmette la pubblicità delle merendine dell’ennesima marca e a seguire promuove prodotti contro la cellulite. Elisa ripone nel frigo la maionese, indizio pregiudizievole di una dieta che inizierà sempre domani.

   Le lancette dell’orologio, con il loro ine­sorabile scandire, segnano il tempo, eterno sovrano nel regno degli impegni e doveri quotidiani. Elisa, sorda e irriducibile, ogni giorno allunga una lista che non sarà mai spuntata fino in fondo, suddito ribelle di questa monarchia assoluta.

   Spegne la televisione mentre urla ai bambini di muoversi, il tono alto della voce a spingere verso il basso una rabbia crescente e senza volto.

   Prende gli zaini, la borsetta, le chiavi della macchinae quelle di casa, la valigetta del lavoro, chiude la porta ed esce.

   Elisa non si sente tanto bene.

Lei quella sensazione la chiama mal di stomaco.

 Elisa non sa che biologicamente è uguale a Naamah.

Elisa e Alberto ignorano che la condizione umana è basata su forze primitive, simili a quelle di Baku e Naamah.

Queste forze primitive risiedono nel nostro inconscio ed hanno il compito di monitorare l’ambiente cercando di riconoscere i segnali di pericolo imminente.

Il tronco celebrale (cervello rettiliano) è collegato al midollo spinale ed è quello che si occupa di garantirci la sopravvivenza, di farci respirare, battere il cuore, muovere i muscoli.

L’unico scopo di questo cervello è la conservazione, pertanto i cinque elementi che deve salvaguardare sono il cibo, il territorio, la protezione, la sicurezza e l’accettazione. Ogni volta che percepisce un segnale di pericolo per uno di questi elementi il tronco celebrale manda un messaggio al sistema limbico, la parte di cervello dove risiedono le emozioni.[1]

Se potessimo analizzare il cervello inconscio di Baku e Naamah ci renderemmo conto che è molto simile  a quello di Elisa ed Alberto.

   Naturalmente questi ultimi hanno intorno al tronco celebrale primitivo un rivestimento di tessuto che conferisce abilità maggiori nel pensare, esprimere dei sentimenti e parlare, ma tutte queste attività sono comunque influenzate costantemente dall’inconscio.

L’area del cervello in cui l’emozione della paura è registrata è il cervello limbico (mammaliano) e in particolare l’amigdala. Questa zona ha sempre avuto il compito di allertare l’uomo in caso di pericolo. Considerando il mondo in cui vivevano Baku e Naamah ci rendiamo conto dell’importanza che aveva  l’attività di questo organo per la sopravvivenza.

In soli dieci millisecondi  infatti l’amigdala è in grado di riconoscere una situazione di allarme. Se l’avverte per un tempo breve il nostro conscio non ne è neppure a conoscenza. Se avverte questa sensazione per un tempo di trenta millisecondi o superiore anche il  cervello conscio viene raggiunto da questa informazione.

Il cervello percepisce costantemente segnali di pericolo  dei quali noi non siamo neppure a conoscenza.

L’attivazione dell’amigdala, anche quando solo inconscia, invia impulsi elettrici al midollo spinale per stimolare la reazione di cuore, polmoni e altri organi, affinché siano pronti a combattere o fuggire.

   La stanchezza di Alberto, che non riesce a trovare un motivo conscio per essere sfinito già di lunedì mattina, risiede nello spreco di energie che l’attività frenetica dell’amigdala sta costantemente richiedendo al suo fisico.

  La sensazione di malessere di Elisa ha la stessa origine.

  La differenza sostanziale tra Baku e Alberto è che il primo sa di essere costantemente allertato dalla paura e la riconosce. Da questa emozione dipende la sua sopravvivenza. Quando queste paure arrivano al  cervello conscio Baku riesce a riconoscerle e a dare la risposta corretta al suo cervello emozionale: paura = pericolo.

Alberto non riconosce la fonte del suo malessere, non la chiamerebbe mai paura.

Tra il suo cervello inconscio e il  suo cervello conscio c’è un’informazione indelebile, una mappa concettuale creata fin dai primi giorni della sua vita: “Non devi aver paura”, “Non fa paura”.

   Nessuno gli ha insegnato che è normale avere paura e bisogna solo riconoscere questo sentimento e dare una risposta conscia soddisfacente all’amigdala.

   Quando si attiva quest’emozione, la sua corteccia celebrale (area frontale) non è in grado di creare un rientro, di dare pertanto una risposta all’inconscio che gli permetta di far scendere il livello di allarme.

    Baku e i suoi compagni di caccia stanno marciando da oltre due ore. Il sole è alto nel cielo, ma la giornata è ancora fredda. Baku mastica un pezzo di carne secca al ritmo frenetico della marcia. Improvvisamente tutti i suoi muscoli si irrigidiscono, il fiato gli si spezza nei polmoni, il cuore gli batte nel petto freneticamente.

Nella frazione di qualche secondo sente un silenzio improvviso, l’innaturale silenzio della natura. Poi comprende. Si butta tra i rami di un cespuglio.

Resta immobile, quasi non respira e la tensione dei muscoli è tale da provocargli dolore. Il cuore alterna dei momenti di battito frenetico ad attimi di tonfi lunghi e sordi.

E poi ecco il rumore assordante di una mandria di dinosauri che si avvicina correndo freneticamente. La terra trema. I versi acuti sembrano penetrargli la testa come lamine di coltello.

Baku ha la pelle d’oca, ma sa che la scelta di nascondersi e restare immobile era l’unica possibilità di scampo. Sono pochi minuti ma intensi e lunghi, poi la mandria passa oltre. E’ salvo.

Baku questo lo chiama istinto di sopravvivenza.

   Alberto guida verso l’ufficio e come ogni mattina percorre quella strada malvolentieri.  Vorrebbe cambiare lavoro con tutto se stesso, aprire una propria azienda, svolgere le stesse mansioni ma con un’energia rinnovata, con guadagni superiori.

   Ogni mattina, invece, percorre la stessa strada e varcando la soglia dell’ufficio appende all’attaccapanni insieme alla sua giacca anche la sua personalità.

   Da un tempo ormai indefinito ha smesso di sognare e di credere in se stesso. 

   Si siede alla sua scrivania come una fiera siederebbe in una gabbia, con un crescendo interno di aggressività messa a tacere dall’ordine dei doveri.

   Improvvisamente i muscoli si irrigidiscono, il fiato gli si spezza nei polmoni, il cuore gli batte nel petto all’impazzata alternando questo ritmo frenetico a tonfi lunghi e sordi.  Nelle orecchie un fischio. 

   Respira profondamente e cerca nel cassetto lo Xanax. Conosce questi sintomi, non è la prima volta che gli accade. 

   Alberto questo lo chiama attacco di panico.

    Baku e Alberto provano le stesse sensazioni. L’inconscio di Baku avverte un grande pericolo e lo blocca, prima ancora che lui capisca cosa sta accadendo. Poi arrivano i dinosauri e lui sa perché ha provato quelle sensazioni. E’ grato al suo inconscio.

Lui sa che quell’istinto gli ha salvato la vita.

Alberto non sa neppure che mentre lui pensa al lavoro che vorrebbe, il suo inconscio manda segnali costanti di allarme: il mutuo da pagare, la mensa dei bambini, il nuoto, la danza, il cibo. Alberto non immagina che nel suo cervello è anche registrata la paura della mancanza di cibo vissuta dal nonno nel periodo della guerra……………………………………….


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